Il cinema non ha ancora affrontato (e utilizzato) come si deve il polipsichismo, nonché il fatto che nella psiche siano presenti allo stesso tempo molte persone, le quali rappresentano altrettante parti archetipiche che orientano la nostra vita. Ciò dovuto al retaggio della cultura monoteistica, a cui – seppur avendola ormai in parte rifiutata – ancora oggi apparteniamo. Da quando cinema e psicoanalisi sono nati insieme a fine ‘800, l’uno è stato sedotto dall’altra, più per spontanea necessità creativa che per virtù intellettuale. Da sempre registi e attori, mettendo in scena il teatro della psiche umana, hanno infatti rappresentato la quintessenza della stessa psicoterapia immaginativa. Tuttavia, quando i registi si focalizzano proprio sui processi psichici o ne intendono studiare i meccanismi, è stato sempre maggiormente al monoteismo antropocentrico ed egocentrico di Freud che essi si sono rifatti,nonché alla sua più che superata prima topica psichica: Io/Super-Io vs. inconscio. Complice la diffusione che i media hanno fatto della sua psicanalisi, purtroppo trasformandola in cultura popolare.
Eppure, sembrerà un paradosso, fu proprio Freud per primo a rifiutare la trasposizione cinematografica della sua personalissima teoria. Forse per nasconderla e proteggerla dai suoi detrattori, forse per non darla in pasto alle masse, nel 1925 rifiutò centomila dollari dal produttore hollywoodiano Samuel Goldwyn per una collaborazione alla stesura della sceneggiatura di un film dedicato alla storia d’amore fra Antonio e Cleopatra. Nello stesso anno, anche lo sceneggiatore Hans Neumann e il regista tedesco Pabst, che stavano per realizzare il film I segreti di un’anima, basato sull’assoluzione del caso clinico di un uomo afflitto da sogni uxoricidi, cercarono Freud per una consulenza scientifica. Nulla da fare: il padre della psicoanalisi declinò anche questo invito. Angelo Moscariello, teorico e critico del cinema d’autore, ne L’inconscio sullo schermo. Il cinema secondo Jung. La rappresentazione del sé nel cinema (Moretti & Vitali, 2017) scrive che i registi e gli psicoanalisti sono sempre stati entrambi impegnati a rappresentare le immagini dell’inconscio, i primi con gli strumenti dell’arte e i secondi con quelli dell’analisi. Mentre la psicoanalisi cercava di “mettere in sequenza” i frammenti caotici del “cinema interiore” dei pazienti, il cinema apriva la porta della psiche e dei suoi immaginari. Ma ad accomunare il mondo del cinema a quello del profondo è stato soprattutto il linguaggio, ovvero, l’uso delle immagini archetipiche e dei simboli: «La psicoanalisi ama i simboli, il cinema ama i simboli, quindi il cinema ama la psicoanalisi», conclude Moscariello. Anche se sul grande schermo c’è stato ancora un solo film che ha presentato, oltre Freud, anche la diversa visione di Jung, quella di una psiche come Anima, spontaneamente polivalente e in conflitto – il bellissimo A dangerous method, di David Cronenberg, 2011 -, quando si sono riferiti direttamente al sogno, alle visioni, alle fantasie e cioè alla materia prima della psiche, i più grandi registi dell’anima sono stati influenzati più dai simboli e dagli archetipi descritti da Jung che da quelle istanze psichiche teorizzate da Freud. Vedi ad esempio Federico Fellini, che in terapia da Ernst Bernardt, colui che portò la psicologia junghiana in Italia, analizzava i suoi sogni portandoli sulle scenografie, oppure David Lynch per le immagini e gli scenari dei suoi incubi e degli stati dissociativi, oppure Cristopher Nolan per la sua nozione del tempo e della sincronicità, dell’immaginazione onirica e della memoria.
Mentre continuano ad essere sfornati film su Freud, oppure opere che utilizzano ancora la contrapposizione monoteistica tra una salvifica razionalità dell’Io e la follia dell’inconscio – un esempio tra tutti quelle del nevroticissimo e logorroico Woody Allen -, iniziano a spuntare i primi semi piantati nell’arte dalla psicologia degli archetipi, e chissà se già anche quella di James Hillman. Segnali che nel cinema psicologico indicano fortemente l’uscita dal soggettivismo dell’Io e dall’individualismo artistico, per un ritorno alla coralità tipica della tragedia greca e del pantheon a cui essa si riferiva. Non è un caso che stiano tornando sempre più sullo schermo opere epiche e mitologiche che rimandano alla Grecia antica o ai Romani e al loro pantheon – un’operazione iniziata con le grandi epopee cinematografiche e televisive che a partire dagli anni 50 fino agli anni 90 hanno tentato di contaminare il populismo freudiano dell’Ego e dei miti personali e scientifici con i miti della natura e dei suoi dèi. Stiamo forse preparando il terreno culturale per una nuova semina, sostanzialmente perché la prima, quella della psicanalisi freudiana, non è mai riuscita veramente a curare l’anima spiegandoci il perché, nel nostro soggettivismo, nel nostro eroismo e nella nostra psicologia personale, come Freud stesso ebbe a dire, “noi non siamo mai padroni a casa nostra”.
Questo è invece il tema affrontato da FolleMente, il film di Paolo Genovese nei cinema in questi giorni. Genovese non è un regista filosofico o visionario, ma uno scrittore e sceneggiatore che ha girato centinaia di spot pubblicitari e che sembra seriamente interessato a mettere sullo schermo le psicopatologie della vita quotidiana. Già conosciuto per commedie leggere ma abbastanza impegnate come Supereroi, Perfetti sconosciuti, The Place e Tutta colpa di Freud, forse senza accorgersene è arrivato a un’idea che, a detta sua, «mi era venuta in mente nel 1999, lavorando a uno spot per la Rai». La psicologia personale di Genovese ci spiega allora che quella sua idea (da eidos, il modo in cui la psiche ci fa vedere le cose) del polipsichismo e del caos che esso genera nei nostri pensieri ha insistito per anni fino a convincerlo che fosse degna di essere portata sul grande schermo per rappresentare la psiche stessa sotto un altro aspetto. Le idee non sono mai nostre, sono della psiche e stanno anche nell’aria, nella cultura che respiriamo. Quali sono i simboli e gli archetipi della psiche che Genovese ha rappresentato nella sua idea in FolleMente?
«Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini» (Walt Whitman)
Quella del polipsichismo è un’idea antica quanto il mondo, perché parte proprio dalle cosmogonie e dalle storie dei miti, nonché dagli dèi e dalle forze della natura. Ma per più di 1600 anni questa idea ha trovato la censura e l’iconoclastia cattolica; è poi tornata in voga con l’inizio della fine del Cristianesimo, e negli anni 60 con Jung, da una parte, e con la riscoperta del paganesimo da parte della New Age. Un’autrice post-junghiana che ha contribuito a diffondere quest’idea è stata Jean S. Bolen, che con i suoi amatissimi libri su Gli dèi e Le dee della psiche ha contributo a restaurare la consapevolezza che non esista per ciascun individuo una sola personalità, e che molte persone abitino dentro la nostra psiche contribuendo alla varietà del nostro essere, e quindi pure ai conflitti. Polipsichismo significa non solo che la psiche oltre la nostra coscienza è multipla, ma che è come una comunità di molte parti personificate, ciascuna con bisogni, paure, desideri, stili specifici, e con un proprio linguaggio. Queste persone riecheggiano i molti Dèi che definiscono i mondi soggiacenti a ciò che appare come un essere unitario, e le cui dinamiche sono state già descritte e rappresentate benissimo nei miti e nelle storie delle religioni politeiste. Le immagini della mitologia greco-romana sono ad oggi perlopiù terapeutiche, perché danno spazio alla varietà e conflittualità dell’anima. Se il nostro orientamento di partenza riconosce nella psiche le sue molte e diverse direzioni, allora possiamo dare un’immagine alle nostre tensioni; mentre una visione propensa al monoteismo trova sempre insopportabile il conflitto psichico, e mira invece a una risoluzione unificatrice. Piuttosto, la posizione politeistica fa sì che l’Io regga la tensione delle molte voci presenti nella psiche, affinché tutte le parti interessate trovino modo di coesistere ed essere riconosciute. Il politeismo psicologico sottintende una vita capace di abbracciare direzioni diverse e conflittuali allo stesso tempo, una vita che per imporre l’ordine non ricorre a gerarchie e principi razionali stereotipati, né alla scelta di parti ritenute superiori. L’ambiente psicologico della prospettiva politeistica è accettante e ricettivo nei confronti delle diverse voci che nella psiche possono creare conflitti, così come delle nostre azioni come manifestazioni di esse.
FolleMente mette in pratica l’ambiente psicologico del polipsichismo. Racconta la storia di un primo appuntamento, ma in modo particolare: attraverso i pensieri dei due protagonisti, rappresentati da più personaggi maschili e femminili. Un pò come è stato fatto nel film d’animazione Disney-Pixar Inside Out – ma lì i personaggi dovevano rappresentare le emozioni -, gli attori interpretano le diverse presunte parti in gioco, mostrando come queste dialogano e interagiscono tra di loro, portandoci normalmente al dubbio e al conflitto. I due protagonisti Pietro e Lara sono costantemente in bilico tra i desideri contrastanti indotti da queste differenti persone che coabitano la psiche, e vengono messi alla prova nelle decisioni cruciali da prendere rispetto alle diverse volontà di esse. Compito che sappiamo spetta all’Io, rappresentato qui proprio da Pietro e Lara e da ciò che fanno e si dicono. Nella loro psiche ci sono rispettivamente quattro personaggi come immagini o parti attive. La scelta del numero e delle parti risulta del tutto arbitraria, tuttavia rispecchia abbastanza fedelmente alcuni dèi della mitologia greco-romana, quella rappresentazione delle forze divine della natura – e della psiche – che costituisce il sostrato archetipico della psiche di noi occidentali.
Nella psiche di Lara le quattro parti psichiche scelte da Genovese sono: Giulietta, la parte romantica votata alla coppia; Trilli, la parte più sensuale e sessualmente disinibita; Scheggia, la parte più instabile, dipendente e irrazionale, e Alfa, la parte più logica, femminista e indipendente. In Pietro le quattro persone sono: il Professore, il più razionale ed autoprotettivo; Romeo, il romanticone che idealizza l’amore; Valium, la parte più dannatamente poetica e tragicomica, ed Eros, quella più spinta alla sessualità e all’azione. Dai nomi scelti per le parti, si intuisce che Genovese pensa ancora a Freud e ai topoi della letteratura; tuttavia gli archetipi in gioco sono ben altri, e questi nomi non sono psico-logicamente rappresentativi. Succede così, con gli archetipi: il modo in cui li vediamo e li pensiamo è sempre condizionato dalla nostra cultura, dalle esperienze pregresse soggettive e dalle nostre credenze, e noi non possiamo mai esimerci dal confondere il “cosa” vediamo oggettivamente con il “come” lo vediamo soggettivamente. Perché infatti, ad esempio, chiamare Valium un personaggio così comico e pungente, o Trilli la parte più licenziosa e prorompente? I nomi scelti da Genovese non rendono giustizia della complessità delle caratteristiche che ciascuna delle parti rappresenta e mette in scena.
Ma essendo parti di una Psiche Oggettiva (così la chiamò Jung) e nella loro ontologia, le voci interiori di Pietro e Lara sono invece già ben caratterizzate come tipicamente appartenenti ad altrettanti archetipi o divinità mitologiche. In Eros riconosciamo facilmente il dio romano Marte, sia per la sua aggressività che per la sua forza fisica e di affermazione – non solo sessualmente, anche se con la dea Venere, nel film Trilli, formava la nota coppia archetipica. Marte e Venere vanno infatti ben oltre la sessualità: sono forze psichiche che portano al nuovo, alla rinascita e alla realizzazione. Averle caratterizzate più che altro per questa funzione è un retaggio freudiano, a cui dovremmo rinunciare per capire appieno la polivalenza spirituale della loro azione. Valium, invece, è un personaggio che mette in scena aspetti del Dioniso greco, il dio dell’energia della natura come zoé, identificato nell’estasi e nell’ebbrezza come liberazione dei sensi, e della connessione con le emozioni e i sentimenti. Definirlo come “parte folle” è del tutto riduttivo, anche perché Dioniso è una parte e una forza psichica estremamente complessa, che per i Greci diventa persino il dio più importante dopo Zeus. Quest’ultimo è nel film rappresentato dal Professore; ma non facciamoci tradire dal nome datogli da Genovese. La guida e gli insegnamenti che impartisce al gruppo il Professore non rappresentano affatto l’intelletto di un insegnante, ma l’archetipo del Padre e del patriarcato, colui che ordina, protegge e guida fino a porsi al comando. Se è pur vero che Pietro fa di mestiere proprio l’insegnante, questo ruolo nel film resta sempre marginale, mentre invece è l’archetipo del Padre ad essere sempre presente. Pietro ha quarant’anni, è fresco di divorzio e di affidamento congiunto della figlia piccola, nei confronti della quale mostra le stesse funzioni archetipiche di protezione e guida che il Professore esprime rispetto alle sltre parti psichiche. Altro esempio, il Professore si tradisce come Padre-Zeus anche quando, dopo il rapporto sessuale, è il primo del suo quartetto a ordinare a Pietro di andar via, proprio come Zeus faceva dopo le sue scappatelle, principalmente volte a imporre la sua metis e soddisfare il suo potere immaginativo con cui inseminava il mondo. Accanto a lui, possiamo immaginare di mettere la sua sposa archetipica: Era, la dea del matrimonio e della casa appartenente alla coppia, eternamente gelosa e destinata spesso ad essere abbandonata e tradita. Nel film Era è messa in scena da Giulietta, che con questo nome viene invece associata dal regista a Romeo. È vero che Era è una dea della tragedia amorosa, e che viene colpita positivamente dalle parole dolci e romantiche di un Romeo; ma il mito ci insegna che Era non sceglierebbe il compagno soltanto in base alle belle parole e alle intenzioni. Era cerca sempre un uomo stabile per formare una coppia stabile e fissa nel tempo, che la faccia sentire sì amata, ma soprattutto che si manifesti come il più valoroso e il più adattato, anche socialmente. Non contempla i deboli e i disperati, e il suo debole sta proprio nel credere gli uomini forti giudicandoli dalle parole e dalle promesse. Da parte sua, Romeo è la parte sentimentalmente proprio più debole del suo quartetto, e non soltanto per il retaggio dell’idealismo romantico. Egli trasfigura nel dio Apollo e nelle sue peripezie moralistico-amorose, e semmai anche nel dio Pothos, la versione nostalgica e malinconica del dio Eros. Le sofferenze dei miti d’amore di Apollo raccontano di un ideale dell’amore come estrema chiarezza e giustizia morale, che non sempre sono possibili. A meno di non provocare, come spesso accade, drammi e incomprensioni generate dall’utilizzo del pensiero razionale (e del suo giudizio morale) per trattare l’irrazionalità del desiderio e degli istinti. Definirlo come la parte più romantica nel film non è sbagliato ma riduttivo – ad esempio anche il dio Eros porta il romanticismo, perché senza desiderio d’amore le immagini e i pensieri su di esso non possono nemmeno essere formati. Sorella gemella di Apollo era Artemide – nel film rappresentata da Alfa -, la greca dea arciera della caccia, una vera forza combattente femminista, protettrice della verginità e della pudicizia. Agile e aggressiva come il fratello, come giustiziera Artemide rifiuta gli uomini e vendica le ingiustizie inferte alle donne, con cui soltanto le piace stare. E così rappresenta quella vera e propria parte spirituale di riscatto della libertà di espressione e individuazione del femminile. Essendo un film sull’amore eterosessuale, Artemide/Alfa è la parte più vessata dal confronto eterosessuale e morigerata dalle scelte sentimentali di Lara, quindi quella sempre più agguerrita fino alle scene finali. Contro Pietro, ma anche – forse soprattutto – contro le altre dee. Artemide oggi tende a vincerle perché inflazionata dalle nostre scelte individualistiche, un fenomeno che oggi si osserva frequentemente, soprattutto in quelle donne che si dedicano maggiormente alla libertà, al lavoro e alla carriera, e combattono inconsciamente ogni forma di coinvolgimento sentimentale o materno con giustificazioni morali e razionali. Di solito nelle relazioni queste donne hanno atteggiamenti e fanno scelte volti a mantenere una distanza di sicurezza dall’altro e semmai orientate alla competizione, così nascondendo un’eccessiva paura della dipendenza. Nel mito come nel film, Artemide è acerrima nemica di Era e di Afrodite (Venere), che invece portano all’amore e alla relazione. Nel mezzo, anzi “di sotto” o “dentro”, ovvero più nelle profondità psichiche, si trova la sofferente Kore – nel film Scheggia -, l’eterna fanciulla, mentalmente instabile e dipendente dalla volontà altrui. Nel mito come nella psiche, è proprio attraverso il rapimento e la violenza di Ade, dio delle anime degli inferi, che la fanciulla Kore diventa Persefone, ovvero la Regina degli inferi: la luce nell’oscurità, una guida delle anime per raggiungere e riconoscere la bellezza e le ricchezze delle profondità dell’anima. Kore-Persefone, come Scheggia, porta sempre con sé la fantasia del trauma o il ricordo della violenza subita, necessariamente dovuta alla sua condizione passiva e alla debolezza del suo status. Il compito della vita di Kore diventa l’imparare a scegliere, e la sua saggezza le deriverà proprio dall’aver attraversato il trauma e la depressione, e dall’averne tratto enormi insegnamenti sulla complessità dei rapporti e della vita stessa.
Se avete curiosità di approfondire queste divinità o parti della psiche, oltre all’opportunità di conoscerne altre, potete leggere i due libri della Bolen, Gli dèi dentro l’uomo e Le dee dentro la donna – ma consiglio tuttavia di tenere a mente che ogni individuo, di qualsiasi sesso, possiede le divinità sia maschili che femminili, e che questa divisione per genere è frutto della cultura genderista ed eterista ancora in voga all’epoca delle formulazioni di Jung. Per approfondire più seriamente gli dèi e le dee della psiche, perlopiù consiglio di leggere i libri di James Hillman, partendo magari dagli spunti degli altri articoli presenti su questo blog su di essi. Intanto, anche se per me ancora troppo semplicistico, stereotipico e patinato, vi consiglio di andare a vedere il divertente quadretto dipinto dal film. Di cui auspico altre versioni più attente e articolate, soprattutto impegnate più profondamente a riscattare il riconoscimento del potere indissolubile delle varie forze archetipiche presenti nella psiche, e del loro fondamentale ruolo orientativo nelle nostre scelte quotidiane.

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