Nel giorno di San Giuseppe, la «festa del papà», riconoscere che tipo di padre onoriamo significa svelare ai nostri occhi ciò che da secoli non vogliamo vedere, ovvero il dissesto che ha portato nel mondo occidentale, fin nella nostra società attuale, l’aver scambiato arbitrariamente l’archetipo del Padre Zeus, il Padre degli dèi, con San Giuseppe, il padre cristiano. Un padre che è padre non perché ha generato, ma perché ha «avuto» un figlio dalla madre e in un matrimonio imposto come sacrificio e castrazione dell’anima e delle sue fantasie. Giuseppe, infatti fu «padre» non per scelta, e né per diritto naturale riconosciuto dallo Stato, ma per imposizione dell’autorità della Chiesa. Da parte loro, che ne abbiano a dire contro, senza in parte neanche rendersene conto le donne, le madri come le femministe del secolo scorso, hanno del tutto appoggiato l’autorità ecclesiastica poggiandoci sopra il loro matriarcalismo e antipatriarcalismo. La Chiesa cattolica, infatti, è andata a scardinare quanto consolidato per secoli dal diritto greco-romano della paternità come diritto del padre, e non del figlio. È stata infatti in epoca cristiana e solo per spinta della cultura cattolica che al padre venne imposto l’obbligo di riconoscere il figlio laddove questi ne reclamasse la paternità. Intervenendo a favore dei figli si è destituito il ruolo archetipico del Padre, equiparandolo a funzione biologica prenatale, “colui che ha dato il seme alla madre per partorire”. Il Padre è invece ben altro: principio ordinatore nella psiche, è sempre stato l’archetipo che si costella dopo quello materno dell’accoglienza e del contenimento necessari al primo sviluppo del figlio, e che portava avanti la crescita della coscienza umana fuori dalla casa, nella società e nel mondo, preparandola alle prove a cui il mondo l’avrebbe messa. Il padre post-cattolico e moderno ha invece abbandonato questo ruolo, lasciando ogni onere alla madre tranne quello di contribuire a mantenere la famiglia. Stabilendo infatti l’uguaglianza biologica tra padre e madre, si è infierito su quel “padre” che era colui che riconosceva il suo figlio di sua sponte, che cioè era pronto a fare il padre nel periodo giusto della vita del figlio e cioè dopo la madre, non colui che era stato dimostrato che l’aveva fatto nascere e che aveva la «colpa» di aver messo incinta la madre, e che poi doveva mettersi da parte.
La Chiesa ha insomma finito per sacrificare il ruolo del Padre sull’altare stesso del puritanesimo, giudicandolo immorale e spropositato di fronte al potere della Chiesa, che invece come una Grande Madre arcaica e titanica doveva accogliere tutti nella sua Casa e imporre la legge appunto della Chiesa pure sopra quella della casa di cui il padre era proprietario. Il Padre non era più nemmeno un padre spirituale, ma un umile lavoratore servo della Grande Madre Chiesa, perché i padri spirituali erano gli ecclesiastici. Il ruolo paterno veniva così restituito alla famiglia e al mondo come alternativa a quello materno, svuotandolo del senso psicologico e archetipico che invece il diritto romano manteneva con il rituale del riconoscimento della paternità. Ragion per cui, una volta obbligato a riconoscere i figli, il ruolo paterno è lentamante vaporizzato in quanto, se non ridotto allo status di “colui che porta il pane alla casa della madre”, laddove in casa si imponeva poi regrediva al patriarcalismo di quei padri violenti e tirannici dei Titani che Zeus stesso aveva ucciso. A gravare su questo stato, infatti, ci si è messa la leva obbligatoria, da una parte, e l’era industriale dall’altra, che hanno portato fuori di casa e allontanato dalla sua proprietà il padre-patriarca e il padre-padrone, surclassandolo anche a servo dello Stato e del Capitale.
Quando invece, in epoca greco-romana, il padre non era obbligato legalmente a riconoscere i propri figli, c’erano dei riti specifici di iniziazione per cui i figli dovevano dimostrare di appartenere a certi padri, e i padri potevano scegliere certi figli, e padri e figli potevano anche non essere quelli biologici, ma quelli da loro scelti e quindi «culturali». La paternità era ed è sempre stato un fatto culturale, e la cultura del Padre era legata al ruolo che un figlio sentiva o dimostrava di avere nella società, per carattere e vocazione, oppure per ambizione. Il Padre come archetipo era quella forza di sicurezza e di affermazione di sé stessi nel mondo, una forza culturale – cioè che viene tramandata culturalmente, e che se non c’è la situazione adatta non si attiva e si perde – che oggi manca drammaticamente in tutti, è che è stata sostituita da dei surrogati paterni e da rituali più “bassi” nella gerarchia archetipica, ormai del tutto fuori controllo. Pensiamo, per esempio, come il senso culturale e spirituale della sicurezza, del bene e del giusto sia stato sostituito dalla spocchia di chi sa o pensa di sapere più degli altri, o di chi si rifà alla scienza e alla tecnica, e per questo crede di essere migliore e più sano o giusto (inflazione di Apollo senza il padre Zeus); oppure il senso e il significato profondo del fare affari, accordi o partnership, e del saper comunicare nel modo più idoneo alla situazione e all’altro, o del saper vendere e vendersi bene, sostituiti dal gusto egoistico di fregare gli altri o di accumulare beni o denaro per il piacere di sentirsi migliori senza un preciso scopo superiore (inflazione di Ermes senza il padre Zeus); o ancora pensiamo al senso del femminile e del suo valore creativo, schiacciati dal bisogno egocentrico e solipsistico di ritirarsi in sé stessi per riscoprire il proprio femminile “selvaggio” ritirandosi dalla socialità con i maschi fino a disprezzarli o a misurarsi competitivamente con essi, ritenendoli pergiunta tutti stupidi o inutili nella società (inflazione di Artemide); oppure pensiamo al senso spiritualmente elevato ed estatico del vivere nell’amore e nella bellezza, rimosso dall’utilizzo sfrenato della propria bellezza fisica e della seduttività come tecnica di persuasione priva di uno scopo superiore, fino all’egotismo e al narcisismo del ritenersi superiori o speciali per la propria bellezza e per l’importanza che si dà alla propria forma fisica (inflazione di Afrodite), e così via. Il dissesto di quest’epoca psicopatica è proprio dovuto principalmente dall’assenza del Padre di tipo Zeus, e del suo mettere ordine nel caos titanico del mondo, per cui è proprio in esso che siamo lentamente ricaduti.
Quindi, nel festeggiare San Giuseppe, in questo senso noi ci laviamo la coscienza delle conseguenze psicologiche dell’aver confermato in senso puritano la superiorità del matrimonio – parola che indicava la solennità dei diritti della madre nella legislazione romana – sull’archetipo del Padre e sul patrimonio – parola corrispondente ai diritti del padre, ma che li riduce alla sola amministrazione delle risorse economiche. La Chiesa cattolica istituiva come potere supremo sulla patria come “terra dei padri” la figura della Madonna con in braccio Gesù (una madre umana col suo bambino), o di Gesù sulla croce, mentre l’immagine del Padreterno, il vecchio troppo distante e traditore, spariva dalle chiese a loro vantaggio, inflazionando l’archetipo della Grande Madre col suo Puer o Bambino divino. L’unico padre che oggi festeggiamo allora è San Giuseppe, purtroppo l’unica immagine rimasta accettabile di un padre che simbolizza il padre attuale sottomesso ed espropriato, un padre quasi mai citato negli stessi Vangeli in quanto perlopiù insignificante nella stessa polis, quell’umile ruolo di padre che deve più che altro sacrificarsi per provvedere a lavorare e “portare a casa il pane” per sfamare la moglie e i figli, e senza altri diritti su di essi. Non meravigliamoci, allora se il Padre sia stato visto e sofferto sempre più come assente, impotente, incapace, ingombrante. Per conto loro, i padri non sentono più dalla loro parte la famiglia, la società, la cultura, nemmeno le leggi e lo Stato, profondamente condizionati dalle regole imposte dal cattolicesimo e dalla sua moralità fortemente patriarcale, matriarcale e figlio-centrica. Senza rendersene conto, infatti la Chiesa stessa è andata destituendo il potere del “padre giusto” che utilizza la sua forza e immaginazione per mettere ordine nel mondo, dapprima regredendolo a quell’immagine vaga di un Padre-Dio assente e violento già nella sua immagine (il Dio cristiano, prima rappresentato da tutti gli Dèi e le Dee dell’Olimpo, diviene un padre troppo vecchio e cattivo, e troppo distante dal mondo, traditore della madre e del Figlio-Gesù), simile al padre saturnino o uranico celeste, cioè titanico; e poi sostituendolo con San Giuseppe. A sua volta, la sofferenza e solitudine del Figlio-Gesù viene riscattata dalla Grande Madre-Chiesa-Maria e glorificata nell’immagine della Madonna col bambino, dappertutto onnipresente in luogo di quella assente e svuotata di Dio, persino sostituita dal “padre adottivo” Giuseppe. Di cosa dobbiamo meravigliarci, allora, se oggi siamo dominati dall’archetipo del Puer e dalla sua accidia, ferocia, incompetenza e incapacità a portare a termine ciò che viene iniziato in nome di uno scopo superiore? Il bisogno di soddisfazione immediata dei propri bisogni è il valore fondante della nostra nuova moralità Puer, e il nichilismo imperante del Puer senza il Padre-Senex è quanto noi oggi giustifichiamo dalla prospettiva dell’archetipo della Grande Madre, che ormai domina su tutto. E gli sprazzi di ritorno del patriarcalismo, che la società di tanto in quando rigurgita e che attualmente vediamo nel consenso che ricevono i vari personaggi come Trump, Musk, la Meloni, la Von Der Leyen, e così via, non sono altro che il sintomo imperterrito di questo nichilismo Puer e della mancanza della funzione che l’archetipo del Padre-Zeus svolgeva tanto nella famiglia e nella società quanto nella psiche dell’uomo e della donna. Purtroppo nemmeno la psicologia moderna fornisce un’alternativa valida alla dicotomia tra Grande Madre/Puer e il patriarcalismo di questi personaggi che impongono, di volta in volta, archetipi paterni più arcaici e cattivi, pronti all’uso della forza, della vendetta e delle armi, tipologie di padri titanici come Urano e Crono/Saturno, coloro che possono distruggere il mondo civile e riportarlo al caos primordiale. Dobbiamo riconoscere che c’è invece un altro tipo di Padre, quello che ci impone l’uso della coscienza e dell’immaginazione, un padre come Zeus, l’archetipo paterno da cui veniamo prima di quello imposto dal cattolicesimo e ratificato dall’era illuminista e industriale.
Nemmeno la psicanalisi ha capito che il Padre non è necessariamente quello che abbandona i figli, e che poi deve ritrovarseli a intralciare il proprio percorso e da cui può essere spodestato. Così come successe a Edipo, che è semmai il complesso e l’archetipo del Puer aeternus a cui si riferisce, ovvero del figlio eternamente senza padre e che finisce per sostituirlo “sposando la madre” come il Padre-titano Crono. Nemmeno la psicologia junghiana, influenzata poi dalla New Age e dal femminismo, ha saputo vedere in Zeus il senso psicologico della paternità come necessità, nella società umana, di un uso culturale e spirituale, ovvero volontario e consapevole, della scelta votata all’azione e dell’immaginazione, continuando a vedere come cattivo e pericoloso quel padre Zeus che, per esempio, la Bolen nel famosissimo libro Gli dèi dentro l’uomo condanna come violento e patriarcalista sacrificandolo assieme agli altri sull’altare del negazionismo della forza e dell’autorità. Le femministe, e le donne in generale, dovrebbero smetterla di contaminare la psicologia e la cultura generale con la loro paura personale del maschile, col loro stile materno indifferenziato e inflazionato proprio dall’assenza del Padre nella loro infanzia e cultura, e dovrebbero riconoscere che sono le prime, assieme al buonismo post-cattolico, a generare questo scollamento di valori come forza, potere, autorità e autorevolezza, dalla moralità culturale della società, perpetrando la cultura nichilista e puerile dove tutto è permesso e giustificato dal fatto che il Bambino piange e va accolta ogni sua richiesta, un permissivismo votato al non-agire e alla procrastinazione, che sta portando il mondo verso il caos e la rovina, poiché la gente si disinteressa sempre più delle scelte culturali a cui ci seducono e ci sottomettono proprio i potenti e i leaders del capitalismo. Il femminismo, che doveva far riscoprire al mondo intero il valore e il potere della metis femminile degli uomini e delle donne, cioè proprio di quell’intelligenza emotiva e intuitiva che Zeus aveva incorporato e promulgato come ordine del mondo, rifiutando anche il Padre Zeus tacciandolo di patriarcalismo, è in parte finito per inflazionarsi e diventare il suo opposto, ovvero un negazionismo totalitarista, matriarcalista, anaffettivo e violento, ovvero l’altra faccia del patriarcalismo. C’è invece una sana funzione paterna che le stesse donne vanno ricercando per tutta la loro esistenza, rappresentata da quell’Animus junghiano che non è altro che la loro stessa anima maschile, proiettata nella figura ideale di un uomo buono e accogliente, presente e deciso, fantasioso ma attento e ordinato, sempre pronto ad agire e a proteggere. Questo padre esiste, ed è proprio Zeus, il Padre degli Dèi olimpici.
Zeus, il Padre degli dèi, principio ordinatore della psiche (e del mondo)
Se vogliamo salvare il mondo dal caos e dalla psicopatia, e rifondare le nostre scelte in un senso più giusto e meritocratico perché basato su uno scopo e un ordine superiori alla sopravvivenza, alla concupiscenza e al soddisfacimento dell’eros personale, dobbiamo compiere un riscatto dell’immagine di Zeus, e ripristinare la sua fondamentale funzione nella nostra psiche e nel mondo. Non è assolutamente vero che Zeus fu un tipo di padre assente che abbandonava o non riconosceva i figli. Zeus partorisce addirittura due figli da solo, Atena e Diòniso (quest’ultimo senza nemmeno prima sapere che esistesse come feto) dopo la morte delle loro madri. È vero che, come l’umana Semele anche la divina Metis, la dea Saggezza madre di Atena, era morta per causa di Zeus; ma non per stoltezza, né per inaudita violenza. Nel caso di Semele, fu lei stessa che scelse di farsi uccidere chiedendogli insistentemente di mostrarsi ad essa come Dio in tutta la sua folgore, mentre Zeus piuttosto la protesse dal pericolo della sua richiesta, ricordandole che da mortale sarebbe rimasta folgorata. Nel caso di Metis, fu invece con questa sola madre e figlia che, divorandola, Zeus compì un gesto apparentemente patriarcale, motivato dalla profezia che lei avrebbe generato dei figli che l’avrebbero ucciso. La stessa profezia che aveva condotto sia il padre Crono che il nonno Urano a violentare e divorare i propri figli, simile a quella che condusse il Re Laio ad abbandonare Edipo. Una profezia che però in Zeus non condusse al tentativo di eliminare la propria stirpe per evitare che usurpasse il proprio trono, ma che al contrario lo spinse a generarla, con un gesto immaginativo altamente protettivo e differenziato. Zeus che divora Metis incinta di Atena non rappresenta un gesto patriarcalista come la Bolen lo ha bollato, limitandolo al paragone errato e del tutto fuori luogo con Crono e Urano; è invece un gesto immaginale, dettato cioè non dalla paranoia ma dall’immaginazione di un destino migliore di quello funestamente profetizzato, migliore non solo per sé ma per tutti. Un gesto che svolge un senso archetipico fondamentale: non quello violento e psicopatico di distruggere le persone e le cose del mondo senza dargli importanza e riconoscimento, ma nella funzione alchemica di trasformarle, migliorarle e ordinarle.
Il principio che mette ordine nel mondo, rappresentato archetipicamente da Zeus, è infatti il principio maschile della coscienza immaginifica come capacità spirituale di fecondare ripetutamente l’anima creativa e intelligente del mondo, inizialmente rappresentata proprio da Metis, che per i greci significava quella saggezza e intelligenza intuitiva irrazionale, tipica delle donne, e caratteristica del femminile come principio creativo. Zeus non soltanto la sposa e poi la feconda; inglobandola, immaginalmente compie un gesto che psicologicamente significa la capacità di integrare la saggezza femminile dell’universo per farne coscientemente e volontariamente qualcosa di strategico e differenziato sulla terra. Atena, la dea guerriera che Metis portava in grembo e che lui poi partorisce dalla sua testa, porta avanti la Metis e la coniuga nel mondo maschile, facendolo rinascere così come “femminile unito al maschile”. Concepita dalla testa di Zeus, rappresenta la capacità di ricreare il mondo secondo una strategia razionale e ordinatrice. Se abbiamo strade, ponti, sistemi idrici, dighe ed argini, case e palazzi progettati con un certo scopo e che rispettano certe regole prestabilite, ma anche ordini professionali, strategie d’azione, programmi giuridici, economici e statali, se abbiamo leggi e conoscenze che vengono promulgate, protratte e poi seguite, se abbiamo facoltà universitarie, palestre e istruttori, programmi sanitari, progetti e in genere strategiche che misurano il lavoro nello spazio e nel tempo utilizzando azioni specializzate mirate a uno scopo, tutto questo avviene proprio grazie alla forza affermativa delle idee e delle visioni di Atena, fatta nascere da Zeus attraverso il suo gesto integrativo del principio paterno nel femminile. Basta, quindi, con l’interpretare in senso moralista i principi del potere e della leadership del Padre, perché sono gli stessi che inconsciamente le stesse donne, e maggiormente proprio le femministe, fanno quando si rendono antipatriarcali in modo da fare di tutti i padri un fascio, e allo stesso tempo finendo inconsciamente per inflazionare proprio i ruoli archetipici di Atena o Dioniso o Apollo o Artemide, i figli prediletti di quel Padre Zeus che aveva messo avanti a tutto l’immaginazione e il suo eros spirituale (e non personale).
Prima di diventare Padre, Zeus era stato persino quel figlio che combatte al fianco della madre, colui che aveva raccolto il dolore di Rea, violentata continuamente dal padre Crono, e la sua proposta di combattere quel padre violento. Rea lo aveva infatti nascosto al padre Crono divoratore di figli, mettendo al suo posto alla sua nascita una pietra avvolta nelle fasce. Zeus spodesterà questo padre ma non sposerà la madre: è colui che infatti libera i fratelli facendoli rigurgitare dal padre Crono, e così come archetipo simbolicamente interrompe il complesso di Edipo nel figlio, distaccandolo dal condizionamento materno e mandandolo direttamente ad affermare sé stesso nel mondo utilizzando la propria creatività e immaginazione come forze. Zeus riscatta anche la figlia Core, inizialmente non riconosciuta e data in sposa al fratello Ade, quando Demetra minaccia di rovinare il mondo perché la rivuole; e così Zeus cambia idea e manda Ermes, il suo messaggero, ad ordinare ad Ade di far tornare Core, già divenuta Persefone o Regina degli Inferi, in superficie dalla madre, dando così origine alla Primavera. In un mito Zeus è padre anche di Afrodite, o comunque provvede a mettere ordine nell’Olimpo quando l’arrivo della dèa della bellezza e dell’amore, senza un ordine, genera scompiglio tra tutti: la dà quindi in sposa ad Efesto, il genio creativo. Zeus così protegge e guida le vite e le sorti delle altre parti della psiche, individuandole nel mondo e trasformandole da forze imprevedibili a funzioni sagge e altamente specifiche. Così fa con Apollo, a cui ordina di purificarsi per ben nove anni prima di diventare il dio del Sole e il suo personale giustiziere morale, a indicare che anche chi si assume a un compito così elevato deve prima lavorare sulla propria Ombra. Riscatta e protegge Dioniso, il dio dell’estasi e del sentimento, della vita che scorre come movimento vitale, resuscitandolo per ben due volte, vendicandolo dei titani che l’avevano ucciso. E ancora, prende in sposa Era, la dèa del matrimonio e della coppia come progetto, eleggendola a Regina dell’Olimpo, una divinità che rispetta, tornando sempre da lei dopo ogni sua scappatella per fecondare il mondo e mai sostituendola. Dona la veggenza a Tiresia, ingiustamente reso cieco da Era; dona l’immortalità ai due anziani Filemone e Bauci, permettendogli di restare uniti per sempre, per premiarli della loro generosa ospitalità. Oppure, ancora, riconosce il genio creativo e comunicativo del figlio Ermes, riscattandolo da ladro a Dio messaggero degli dèi e principio comunicatore del mondo; e fu proprio grazie al riconoscimento ricevuto da Zeus che il fratello Apollo, a sua volta, riconobbe l’importanza di Ermes e gli donò il caduceo, lo scettro che tiene uniti insieme il bene e il male e tutti gli opposti del mondo, dando inizio a una nuova medicina nel mondo, quella sciamanica e artistica.
Riscattare il Padre-Zeus è il nostro primo compito in questa era.
Il nostro compito di riscattare il Padre Zeus nel mondo ritorna continuamente all’ordine del giorno, ritrovandoci sempre al punto di inizio, in mezzo a un’enorme bruttezza, divisione e distruzione del mondo, in mezzo alla depressione e al dissesto dovuto dalla perdita o, al contrario, dall’inflazione dei figli divini che hanno perso il loro Padre; e per giunta in preda all’ottundimento della ragione, del buon senso creativo e dell’immaginazione. Così parlo, nella Festa del Padre, direttamente ai padri spirituali di oggi, che sono gli psicologi e gli psicanalisti, come scriveva Hillman vent’anni fa parlando di Zeus e dei suoi figli, i vecchi dèi olimpici, e del ritorno dei Titani nel mondo:
“In quanto psicanalista, il mio compito è quello di far emergere dalla rimozione lo stato di amnesia psichica che ben descrive il nostro malessere attuale, l’ottundimento della nostra sensibilità. (…) L’emblema di questa immane devastazione o devastante immanità che ha afflitto la nostra cultura negli ultimi cinquant’anni è l’Olocausto. La nostra psiche ci ritorna sopra di continuo, talmente è affascinata dalle orripilanti immagini dei campi di concentramento nazisti. (…) Se guardiamo a questi cinquant’anni nell’ottica dell’assenza del divino, assenza degli dèi – i vecchi dèi non erano presenti a Treblinka e a Majdanek, a Dachau e a Buchenwald, a Hiroshima e a Bikini, gli dèi della nostra cultura erano essi stessi affetti da ottundimento psichico, essi stessi insensibili al mondo -, allora possiamo trarre una prima importante conclusione: in assenza degli dèi le cose si dilatano, diventano enormità.
L’enormità è un segno dell’assenza degli dèi, enormità non soltanto come dominio della quantità, ma come qualità, una rappresentazione orribile o affascinante, come Buco Nero, Conglomerato, Megalopoli, Miliardi di Miliardi, Gigabyte, Guerre stellari. Si manifesti nell’immagine delle multinazionali, degli oceani inquinati oppure dei profondi cambiamenti climatici, la smisuratezza è la cifra del dio assente. O per meglio dire, rimangono soltanto gli attributi divini di Onnipotenza, Onniscienza e Onnipresenza. Senza il benevolo governo di divinità che le qualifichino, Onnipotenza, Onniscienza e Onnipresenza diventano esse stesse gli dèi. In altre parole, in assenza degli dèi, ritornano i Titani.
Che si stia rimettendo in scena l’inizio del mondo descritto nella Teogonia di Esiodo? Il primo grande compito degli dèi fu quello di sconfiggere i Titani e di precipitarli nel Tartaro, lontani per sempre dalla terra degli uomini. Poi Zeus sposò Metis (intelligenza o misura); giacque con Temi (che gli generò le Ore, Ordine, Giustizia, Pace e le Moire); giacque con Eurinome, da cui discesero le Grazie; con Mnemosine, madre delle Muse; con Latona, madre di Apollo e di Artemide. Queste potenze, questi principi archetipici entrano nel mondo soltanto quando il titanismo è tenuto saldamente a bada. L’immaginazione acculturata e l’immaginazione dell’ordine civile iniziano soltanto quando l’eccesso è circoscritto.
I Titani erano immaginati come giganti; anzi, la fantasia popolare, dice Roscher, non fece mai distinzione tra Titani e Giganti. L’etimo del termine « titano» rimanda a: estendere, espandere, propagarsi e tendere verso o affrettarsi. Esiodo (Teogonia, 209) lo discendere dall’atto di « tendere con sforzo». Questo sforzo sotto tensione fa pensare che lo stress, il disturbo più diffuso oggi, sia senso di titanismo presente nell’Io prometeico. (Prometeo è forse il più noto dei Titani, la figura che Kerenyi ha definito «l’archetipo dell’esistenza umana», alludendo con ciò alla tendenza titanica presente in ciascuno di noi). Lo stress è un sintomo titanico. Fa i ferimento ai limiti del corpo e dell’anima che vengono forzati pe contenere la smisuratezza titanica. E potrà essere alleviato soltanto quando riusciremo a riconoscere il suo vero retroterra: la nostra tendenza al titanismo.
Si noti la differenza esistente tra titanismo e hýbris. La hýbris è il sentimento che induce gli esseri umani a non ricordarsi degli dèi. Quando dimentichiamo o trascuriamo gli dèi, ci espandiamo oltre i limiti posti ai mortali dagli dèi, soprattutto da Zeus attraverso la sua unione con Metis, Temi e Mnemosine. Il titanismo, tuttavia, è un fenomeno che attiene alla sfera degli dèi. Noi non siamo Titani né possiamo diventarlo: il titanismo può fare ritorno sulla terra soltanto quando sono assenti gli dèi. Capite ora perché dobbiamo mantenerli vivi e in buona salute? Affinché il piccolo sia bello occorre un passo preventivo: il ritorno degli dèi.
Oltre a Zeus, un nemico particolare dei Titani era Dioniso, che dai Titani fu smembrato. Che cosa ci dice questo mito circa il nostro stato attuale? Se Dioniso è il «signore delle anime», come era chiamato, ed è la zoé, la vitalità stessa della vita, la forza verde e fluida che infonde a tutta la natura vegetale e animale una selvaggia e tenera voglia di vivere, allora quell’impulso può essere stroncato e fatto a brandelli, diciamo pure atomizzato, da qualunque procedimento, qualunque aspirazione, qualunque legge universale che travalichi i limiti fissati. Perfino l’impulso prometeico di portare beneficio al genere umano con gesti nobili può risultare distruttivo per la forza delicata dell’anima, il cui Signore è Dioniso. Le soluzioni globali e il pensiero per universali rientrano in quella enormità che ho definito titanica. È il caso di ricordare il monito di Yeats: «La mente che generalizza di continuo si preclude quelle esperienze che le consentirebbero di vedere e di sentire in profondità».
Anche la mente che si trastulla con la vita è al servizio dei Titani. Gingilli, gadget e giochi, distrazioni e passatempi, l’immane scialo di oggetti assolutamente inutili che ci circondano sono uno spreco della sostanza stessa della vita. Quando furono mandati a fare a pezzi il piccolo Dioniso, i Titani dapprima lo distrassero con dei giocattoli, poi, mentre il bambino si guardava riflesso in uno specchio, lo trascinarono via e lo smembrarono pezzo a pezzo (in seguito Zeus ne raccolse i resti e lo fece nascere di nuovo)”. [Pensiamo a quanto tempo oggi passiamo scrollando sullo smartphone e usandolo come distrazione o passatempo, un chiaro sintomo dell’arrivo imminente dei Titani].
“Come mai Zeus divenne il primo tra tutti i fratelli e le sorelle? Perché proprio lui? E perché toccò a Zeus salvare il mondo dai Titani? Non per la sua forza, secondo me, per i suoi fulmini, per la sua intelligenza scaltra né per la sua funzione di legge e ordine, bensi piuttosto per la sua capiente immaginazione. Se, consideriamo i suoi dieci e più accoppiamenti e la sua progenie (Apollo, Er-mes, Dioniso, Eracle, Perseo, Artemide, Atena e molti altri), ci appare chiaro che Zeus seppe immaginare tutte quelle possibilità esistenziali, quegli stili di coscienza. La gamma della sua fantasia era inclusiva, ampia, generosa e differenziata. Zeus era davvero un dio del cielo; copriva tutto con l’ampiezza della sua facoltà immaginativa, era pari, nella sua grandiosità articolata, alla enormità titanica. La smisuratezza titanica può essere abbracciata e contenuta soltanto da una capacità altrettanto vasta di creare immagini. Inoltre Zeus nacque alla luce del sole, si racconta, all’aperto; sua madre lo partorì sulla vasta terra. La coscienza improntata a Zeus è attiva; terragna, aperta, presente. Zeus genera attivismo e militanza, il che ci insegna qualcosa su come far fronte al titanismo: non con il ritiro, la meditazione, la psicoanalisi, né con la speranza nel Regno a venire.
Nonostante le onnipresenti prove di flagrante titanismo che abbiamo intorno, loro, i Titani, sono invisibili, come il nero cielo notturno di Urano, il loro terribile padre, nascosti dalla madre Gaia nelle profondità del suo ventre. A volte sono immaginati in forma di fantasmi. Operano invisibilmente nell’oscurità e in impulsi e fantasie che affiorano dal profondo. López-Pedraza fa notare, citando i mitologi Nilsson e Kerényi, che i Titani, poiché sono invisibili ovvero non hanno immagini, appunto per questo non hanno limiti. Privi di immagine, diventano pura espansione. Di conseguenza, la loro punizione prevede le più dure limitazioni: le catene di Prometeo, l’incarceramento nel Tartaro.
Limitazione, nella nostra società, tende a significare repressione. Immaginiamo di sconfiggere l’eccesso con leggi più drastiche, una educazione più severa, sistemi più rigorosi di controllo gestionale. Ma la cura dell’enormità mediante dosi maggiori di disciplina è solo una misura allopatica, una cura mediante l’opposto che sfocia spesso in un totalitarismo puritano e moralistico: la correzione di una forma di titanismo può facilmente trasformarsi in un’altra forma dello stesso male. È questo il rischio, se non comprendiamo quale è la vera essenza di Zeus: la potenza ordinatrice dell’immaginazione differenziata: il politeismo.” (da Hillman, Figure del mito)
(Immagine: Zeus)
Commenti